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Benvenuto Carlo

il nuovo direttore responsabile della testata telematica si presenta e propone alcune riflessioni importanti per la partecipazione al voto – NO

Con grande piacere ho accettato la proposta, che mi ha avanzato il direttore editoriale Angiolo Tavanti, di diventare direttore responsabile di Valore Lavoro, associazione culturale che “fonda il suo pensiero sul lavoro come fattore di sviluppo del paese”. Avendo svolto gran parte della mia carriera giornalistica nella stampa sindacale, mi sono immediatamente riconosciuto in un progetto che mette al centro il lavoro e che mi consente di proseguire un percorso iniziato molti anni fa. Inoltre posso dire di giocare in casa dal momento che Valore Lavoro aderisce alla Fitel e io sono direttore responsabile del trimestrale della Fitel nazionale Tempo Libero, nonché del sito della Fitel Emilia Romagna. Augurandomi di essere all’altezza del compito che mi viene affidato, penso che la mia direzione potrà avere un senso compiuto se, oltre allo svolgimento del lavoro ordinario, mi darà modo di trasmettere il bagaglio di conoscenza e di esperienza acquisito negli anni all’intera redazione, ai collaboratori e tutti coloro che vorranno misurarsi con la scrittura, a cominciare dai giovani del servizio civile.

Voglio esprimere la mia opinione sul referendum del 22-23 marzo, avendo studiato a fondo la macchina giudiziaria per motivi di lavoro e in tempi non sospetti. Lo farò in modo breve e schematico tenendo conto di due aspetti: il contesto e il merito dei quesiti referendari. 

Primo aspetto. Il conflitto tra politica e magistratura si può far risalire – almeno nelle forme attuali – a Mani Pulite. A quel tempo la magistratura travalicò in molti casi il proprio ambito occupando spazi della politica. Ma questo era dovuto più alla debolezza intrinseca della politica – che infatti vide scomparire in pochi mesi tutti i partiti dell’arco costituzionale – piuttosto che al disegno della sinistra di occupare il potere per via giudiziaria come molti hanno sostenuto maliziosamente. I pm d’assalto e quelli alla ricerca del loro quarto d’ora di celebrità ci sono stati, così come vanno messi nel conto gli errori giudiziari che hanno sempre accompagnato il cammino della giustizia (caso Tortora su tutti). Ma vanno messi nel conto anche i magistrati corrotti e quelli al soldo del potente di turno (caso Squillante su tutti). Dai tempi di Mani Pulite, infatti, la politica ha cercato di sottrarsi con ogni mezzo al controllo della magistratura. Senza bisogno di tirare in ballo la P2, che aveva tra i suoi obiettivi la sottomissione della magistratura al potere politico, Berlusconi lo ha fatto in modo plateale (leggi ad personam e “giustizia a orologeria”, tirata in ballo a più riprese e talvolta anche da esponenti della sinistra). Poi ci sono state le leggi contro il falso in bilancio e per limitare le intercettazioni. Oggi gli esponenti più autorevoli del governo non fanno che ripetere che certi giudici “remano contro” e ostacolano la politica migratoria. Di chi sarebbe la colpa? Delle “toghe rosse”, naturalmente, e delle correnti. Da qui la necessità di modificare la Costituzione.

Il governo ha dunque presentato una legge di riforma costituzionale (blindata, senza discussione in Parlamento nonostante le pesanti modifiche alla nostra carta fondamentale che essa richiede) sulla separazione delle carriere tra magistrato inquirente (il pm) e magistrato giudicante (il giudice delle indagini preliminari, gip, e quello dell’udienza preliminare, gup), sullo sdoppiamento del Csm e la creazione di un’Alta Corte disciplinare, nonché sul sorteggio dei componenti laici e togati del Csm. Come se questi – che costituiscono appunto l’oggetto dei quesiti referendari – fossero i punti chiave per riequilibrare il rapporto tra politica e magistratura a tutto vantaggio dei cittadini, come non si stancano di ripetere gli esponenti della maggioranza. Mi sembra invece di poter dire che i problemi principali della giustizia, almeno agli occhi della gente comune, non sono né le correnti né la politicizzazione della magistratura né la separazione delle carriere, tantomeno la terzietà del giudice, a prescindere dai casi singoli. I problemi principali della giustizia, come ben sanno quelli che hanno avuto a che fare con essa per varie ragioni, sono i tempi biblici, le carenze di organico e i costi delle liti giudiziarie. 

I quesiti. Il primo: la separazione delle carriere, che già esiste di fatto e che non vedo come possa tradursi in maggiori garanzie per l’inquisito né in una parità di condizioni tra accusa e difesa. Mentre la difesa dell’imputato, condotta dagli avvocati, non è tenuta a produrre prove a carico dell’imputato ove ce ne siano, l’accusa è tenuta a produrre prove a discarico dell’imputato, ove ce ne siano. E in questo può essere d’aiuto la cultura giuridica maturata dal pubblico ministero e anche quella del giudice che conosca il modo d’agire, la logica che ispira il pm. Riducendo il pm a soggetto che deve portare avanti l’accusa – secondo il modello Perry Mason per intenderci – si rischia di rafforzarne il ruolo accusatorio e di indebolirne quello “giurisdizionale”: una specie di eterogenesi dei fini, che spesso si ripropone nei referendum basati su presupposti ideologici (la moltiplicazione delle sigle sindacali capaci di paralizzare i trasporti e che siedono impunemente ai tavoli della trattative si deve alla lungimiranza di Marco Pannella, che voleva indebolire Cgil Cisl e Uil “liberalizzando” le sigle sindacali a prescindere dalla loro reale rappresentatività: referendum sull’abolizione del monopolio confederale del giugno 1995). E comunque, al di là della teoria, la giurisprudenza contempla più casi in cui i giudici hanno contrastato le richieste dei pm in tutti questi anni che non il contrario, come dimostrano anche casi recenti. Quindi non si capisce bene la ratio di questa misura.

Secondo e terzo quesito: se si contesta la necessità reale di separare carriere che di fatto sono già separate, l’idea di smembrare il Csm e di creare l’Alta Corte disciplinare sembra rispondere più a una logica punitiva nei confronti dei magistrati che a una reale esigenza. Di fatto, oltre al Csm, ne risulterebbe indebolita la figura di garanzia del presidente della Repubblica, altro potere indipendente che l’attuale governo più di una volta ha dimostrato di subire con un certo fastidio. Inoltre si duplicherebbero apparati burocratici e spese. Per quanto riguarda l’Alta Corte disciplinare, che dovrebbe punire in maniera più incisiva gli errori giudiziari, non ho elementi per dire se il Csm è stato finora troppo accondiscendente o troppo punitivo nei confronti dei magistrati che sbagliano. Mi verrebbe da dire che l’aspetto prettamente disciplinare, così come la riparazione degli errori giudiziari che costellano la nostra vicenda umana, sono questioni che potevano essere affrontate con una legge ordinaria piuttosto che modificando sei-sette articoli della Costituzione e rischiando di alternarne i delicati equilibri. 

Infine i sorteggi, su cui è stato detto tutto e il contrario di tutto. Mi limito a osservare che se lo scopo è abolire le correnti, non vedo cosa abbia a che fare il sorteggio con le correnti, che si possono tranquillamente ricreare seguendo altri percorsi. Ma poi: è vero che le correnti hanno avvelenato la giustizia tanto da richiedere un intervento urgente di riparazione? Sarà anche vero che hanno condizionato la carriera di alcuni magistrati, ma è un fatto che alle correnti aderisce solo una minoranza dei magistrati (ed è poi curioso che le più forti siano quelle “di destra”, conservatrici, piuttosto che quelle di sinistra, le “toghe rosse”). Dunque, non mi sento di dire che le correnti hanno viziato il cammino della giustizia italiana e che la loro abolizione sia una priorità del paese. E allora: qual è il vero scopo di questa riforma? E perché il ministro degli Esteri si è affrettato a dire che, in caso di vittoria del sì, il prossimo passo sarà quello di sottrarre alla magistratura la polizia giudiziaria per affidarla ai ministeri preposti, cioè alla politica?

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