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Divagazioni sulla divinazione

Prima della battaglia, nelle silenziose ore di attesa, i riti propiziatori aprono i
cieli della speranza e temprano il coraggio a comandanti e soldati. Ad indovini
ed aruspici è dato dissolvere la paura dell’ignoto e offrire strumenti per
sciogliere gli enigmi e superare l’affanno del dubbio. In ogni corte di re, di
principi, di capi di Stato, in città, in guerra e in pace, in gran conto è tenuta
l’arte divinatoria, perché è un dono raro concesso dagli dei.
Ma il più celebre di tutti è Tiresia!
La sua ombra accompagna i passi dell’amore verso un’acme di piacere in cui
maschile e femminile si sublimano. Perché egli conosce l’una e l’altra forma
d’amore! Diventato da uomo femmina, dopo aver violato con un colpo di
bastone il connubio di due serpenti, rimase tale per sette anni.
Sembra che abbia vissuto bene entrambe le sessualità: sapeva infatti che
amore e sesso sono animati da un démone inquieto che assomiglia a un
giovinetto alato, armato di un arco, con la faretra piena di frecce d’oro:
colpisce così uomini e dei, e gode nel vedere piaghe sanguinanti.
E’ tanto capriccioso che non si cura di chi ferisce la sua freccia mortale!
Una bellissima ninfa aveva partorito un bambino meritevole fin dalla nascita
di essere amato e lo aveva chiamato Narciso. Da madre amorosa, aveva
interrogato Tiresia sulla longevità del piccolo, ma ne aveva ricevuto una
strana sentenza “Vivrà a lungo se non conoscerà se stesso”. Non se ne
preoccupò, poiché Narciso era bello, desiderato da giovani e fanciulle,
superbo e insensibile all’amore! Tuttavia la freccia del dio alato lo colpì,
infiammandolo di una singolare passione!
In un giorno di calura, Narciso, spossato dalla caccia, si getta bocconi su una
fonte dalle acque argentate e trasparenti e crede corpo reale la forma che lì
vede riflessa. Più volte tuffa voglioso le braccia nell’acqua per baciare quegli
occhi come stelle, la gemma della bocca e cingere il collo d’avorio! Più
guarda l’immagine fugace più si accende d’amore e di cupidigia! Senza
saperlo desidera se stesso! E lo comprende: “Quel che bramo è in me:
ricchezza che equivale a povertà.” Come la bellezza che non può godere e
che lo consuma a poco a poco fino all’addio nel mortale abbraccio con la sua
liquida immagine! Si dice che anche nella morte buia il fanciullo continuava a
contemplarsi nell’acqua dello Stige!
Tiresia era cieco. La sua cecità aggiunge un’aura di solennità e di
autorevolezza alle sue divinazioni, come se la privazione avesse aperto per
lui vie misteriose verso l’infinito delle verità negate alla mente umana.
La luce del Mediterraneo ha visto, fin dalle origini, scorrere storie di uomini e
di dei, avvolte dal dubbio e dalla paura, risolversi nella forza della
consapevolezza e nel coraggio grazie ai responsi dell’indovino.

Giusi Checcaglini

Dalle lettere classiche all'esercizio critico nell'ambito del Cinema, alla pratica, come sceneggiatrice, di serie radiofoniche e di Teatro da Camera. Collabora con musicisti e grafici per performances dove s'incontrano e si misurano i diversi ambiti espressivi.

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