Illustrazione simbolica: barre di prezzi in crescita contenute da una barra orizzontale, con un simbolo dell'euro sullo sfondo
Lavoro ed economia

Senza paura del controllo dei prezzi

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Il dibattito aperto da Le Monde diplomatique

Nel numero di luglio 2026 di Le Monde diplomatique, edizione italiana allegata a il manifesto, un articolo di Clément Quintard dal titolo «Chi ha paura del controllo dei prezzi» torna a porre una domanda che l’ortodossia liberista considera quasi eretica: può — anzi, deve — lo Stato intervenire sui prezzi per contenere le spinte inflazionistiche?

La tesi di Quintard trova una solida sponda etica nell’idea di economia morale elaborata dallo storico britannico E. P. Thompson, che nel celebre saggio The Moral Economy of the English Crowd in the Eighteenth Century (1971) ricostruì come, prima dell’affermarsi del libero mercato, le comunità considerassero il prezzo del pane e dei beni di prima necessità non una variabile lasciata all’incontro tra domanda e offerta, ma un elemento sottoposto a norme consuetudinarie di equità. Dietro quella tradizione si intravede un principio che resta attuale: i prezzi di alcuni beni essenziali toccano un diritto elementare all’esistenza e non possono essere trattati come una merce qualunque.

A questa base etica va affiancata un’analisi più tecnica. Il problema dell’inflazione e delle aspettative inflazionistiche richiede infatti un’attenta distinzione tra gli attori che generano le spinte speculative sui prezzi e il pubblico che ne subisce le conseguenze attraverso le politiche monetarie restrittive. Le banche centrali — il cui mandato istituzionale, come nel caso della Banca centrale europea, è la stabilità dei prezzi — rispondono all’aumento delle aspettative inflazionistiche con interventi anticiclici pensati principalmente per comprimere la domanda aggregata. È uno strumento che protegge il valore del capitale, ma lo fa scaricando il costo dell’aggiustamento sugli altri fattori della produzione, e in particolare sul lavoro, attraverso il rincaro del credito, il rallentamento degli investimenti e, in ultima istanza, dell’occupazione.

Lo scenario è profondamente mutato rispetto ai decenni del boom economico. La crisi generata prima dalla pandemia di Covid-19 e poi dai conflitti in corso ha alimentato fenomeni finanziari speculativi che hanno ampliato la forbice delle disuguaglianze economiche: da un lato chi ha tratto vantaggio dalle crisi — le industrie degli idrocarburi, quelle degli armamenti, le istituzioni finanziarie — dall’altro chi ha subito le fluttuazioni congiunturali con una graduale erosione del potere d’acquisto.

Su questo punto, un filone di ricerca economica che negli ultimi anni ha guadagnato peso — in particolare i lavori dell’economista Isabella Weber sulla cosiddetta seller’s inflation, l’inflazione trainata dai margini di profitto e non solo dai costi — offre un argomento tecnico a sostegno di una tesi già intuita sul piano etico: quando l’inflazione è alimentata anche da un aumento dei margini di profitto, affidarsi alla sola politica monetaria in una fase congiunturale già recessiva produce effetti prociclici, che finiscono per colpire proprio gli investimenti e l’occupazione che si vorrebbero proteggere.

Da qui discende l’importanza di affiancare alla politica monetaria una politica dei redditi e fiscale — strumento non nuovo, già impiegato per contenere la spirale prezzi-salari negli anni Settanta — capace di proteggere il ceto medio e la parte più svantaggiata della popolazione, senza continuare ad avere paura del controllo dei prezzi.

Luciano Fiordoni
Sovicille, 19 luglio 2026


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